mercoledì 30 gennaio 2013

Amour

La visione di "Amour" è consigliata a un pubblico maturo. Maturo non tanto per sopportare l'intensità di certe scene quanto per poter apprezzare le qualità del film. Haneke è il classico regista che gira film che vincono ai festival. Non sembra essere proprio un complimento. Di solito è un modo gentile per mettere in una categoria tutte quelle opere che non incontrano il gusto dello spettatore medio, che trattano argomenti difficili, che non sanno essere divertenti, che annoiano o nel peggiore dei casi risultano incomprensibili a chi resta fuori dalla cerchia degli iniziati.
"Amour" è un film che ha girato tanto per festival e ha vinto ormai dappertutto. Si è preso la Palma d'Oro, il Golden Globes per il miglior film straniero e in mezzo ha collezionato una decina di premi minori. E' tra i favoriti alla prossima notte degli Oscar dove arriva forte di quattro nomination, un traguardo assai raro per un film non in lingua inglese. E addirittura riuscito ad entrare nella lista dei migliori film dell'anno. Se la batterà quindi non solo con la rappresentanza del meglio che il resto del mondo ha da offrire ma con i vari Spielberg, Affleck, Tarantino etc.
Anche se non ho visto tutti gli altri film in gara merita di vincere. "Amour" è il film che riconcilia con il cinema. Il suo rigore ha pochi eguali anche tra i grandi registi di oggi. E' un film privo di difetti, compreso il difetto di voler piacere al pubblico. Eppure tra i tanti film di Haneke, intellettuale freddo, crudele, con tendenze a un certo tipo di storie sadomasochistiche, beffardo, senza mai un grammo di ironia, è forse l'unico che sa aprirsi alla tenerezza. Questo debole alito di umanità basterebbe a fare di "Amour" il suo film migliore, quello dove per una volta lo spettatore non è costretto a confrontarsi col proprio disgusto verso i protagonisti ma potrebbe finire per identificarsi con essi. Così che, anche di fronte a situazioni estreme, che se ci dice bene non vivremo mai, riusciamo benissimo a comprendere le motivazioni alla base di certe scelte che ricadono fuori dalla nostra morale. E' una bella differenza rispetto a "Funny games" o "La pianista". In quei casi la crudeltà degli aguzzini rimaneva sempre al di fuori di qualsiasi spiegazione razionale e della nostra empatia. "Amour" aggiunge alla consueta sobrietà stilistica che non viene meno mai, soprattutto nei momenti più intensi del suo cinema, una certa delicatezza di tocco, una maniera di camminare sul ciglio dell'abisso sempre in punta di piedi. I protagonisti sono una coppia di anziani, affettuosa e sana fino a quando sarà la malattia del corpo a mettere alla prova l'integrità fisica e psichica del loro legame.

La maggior parte di noi ha una scarsa esperienza della morte. Il suo mistero, la paura che essa comporta, la sua mancanza di senso e a volte la sua origine accidentale, ridicola o banale, del tutto estranea alle nostre previsioni, eppure capace di condizionare le nostre vite è spesso oggetto di rappresentazione al cinema, capace di farci sentire meno a disagio di fronte alle sue varianti violente che a quelle naturali.
Il salto che facciamo sulla sedia durante una sparatoria in un western è nulla di fronte all'angoscia di vedere morire poco per volta un protagonista anziano e malato. Perché se riusciamo a superare la paura convincendoci che "è solo un film" non riusciamo a farlo quando la storia sullo schermo è una finzione talmente plausibile di qualcosa che forse abbiamo già conosciuto nella nostra vita, di quello che potrebbe capitare anche a noi. Non si è giovani in eterno e poi un giorno si muore all'improvviso. Il più delle volte si invecchia e soltanto dopo si muore. La vecchiaia è una fase della vita con la quale non siamo ancora riusciti a fare i conti. Gli anziani esistono e mettono paura.
L'anzianità non è sinonimo di qualità nemmeno per chi opera in ambito artistico. La curva della carriera di un regista segna spesso l'exploit delle sue opere migliori nei primi anni di attività, per poi ripiegarsi e involvere poco per volta. A settant'anni compiuti Haneke sembra contraddire questa formula, dimostrando di non avere perso nulla della sua lucidità, ma di essere approdato forse a un risultato inedito e felice della sua lunga ricerca sull'animo umano.

Le performance dei suoi due attori sono superlative ed è incredibile vedere come Emmanuelle Riva possa entrare da un certo momento in poi nella parte di una malata le cui condizioni peggiorano poco per volta, perdendo proprio quelle abilità con le quali si esprime un attore: mobilità, postura, gestualità, voce, dizione. Fa impressione anche Trintignant che io credevo già morto davvero. La sua pelle lucida e grinzosa è uno spettacolo che di rado si vede al cinema tanto da sembrare falsa quanto le protesi di un "solito idiota" Ruggero De Ceglie. Di fronte a interpreti simili finisce in secondo piano anche la Huppert, abituale musa del maestro austriaco, confinata in un ruolo marginale e poco incisivo.

Il mistero di Haneke sembra essere nascosto nel suo amore per la musica classica e i suoi interpreti di talento. Sembra essere frutto non solo di qualità personali ma anche di una severa e costante disciplina, al limite del disumano. La stessa che si impongono in privato i musicisti classici per eseguire le partiture non solo in maniera impeccabile ma anche con la necessaria grazia. Il suo è un gusto aristocratico che richiede un pubblico educato, silenzioso, colto come quello che frequenta le sale concerto.
Potrà non ispirare simpatia ma Haneke è forse tra i maggiori registi viventi e uno dei pochi ad avere capito che, in un'epoca in cui il cinema è in crisi e il suo linguaggio perde estimatori che finiscono per appassionarsi dei suoi derivati, serie-tv, videogames o fuggono dalle sale per goderne in visioni a bassa risoluzione in video o, peggio, su internet; nello stesso periodo in cui la tecnologia permette quasi a chiunque di improvvisarsi regista e girare il suo film a basso costo, il cinema potrà continuare a salvarsi solo fino quando chi lo fa si avvicinerà ad esso con la dovuta serietà, con la necessaria preparazione, con la stessa ricerca morale e il bisogno di raggiungere l'artificio della verità attraverso la migliore messa in scena possibile.

Qui in coda, per chi volesse approfondire, lascio il link al copione tradotto in inglese ma fedele all'originale, messo in rete dalla Sony Classics.

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