venerdì 11 gennaio 2013

Cloud atlas

Quando mi ritrovo a dover formulare un giudizio su film come "Cloud atlas" sono davvero contento di non avere nessun obbligo editoriale. La mia opinione è del tutto superflua, nessuno me l'ha richiesta. Non ho stellette da affibbiare né una reputazione da difendere. Se qualcuno volesse scoprire se il film è bello oppure no, beh se lo vada a vedere, si faccia la sua opinione. E' un film che comporta un minimo di ragionamento a posteriori, nel tratto di strada che ci riporta alla macchina magari e per qualcuno non oltre. Posso dire di essere abbastanza contento di averlo visto. La ragione è semplice e banale. Il film ha una sua complessità, impone di rimanere vigili, genera nello spettatore un crescendo di frustrazioni mano a mano che aumentano gli interrogativi. Gli interrogativi rimangono anche dopo. Tanti, forse troppi. Quello che resta è un concetto vago e discutibile, poetico e melenso, tanto potente quanto loffio che unisce le diverse storie raccontate, le epoche diverse e le lontane o lontanissime terre che le ospitano. Ma almeno il film ha ambizioni così smisurate da mettere alla prova la pigra intelligenza dello spettatore, gli confonde abbastanza le idee, attiva i meccanismi automatici che cercano una sintesi finale, una qualche forma di conclusione, anche nel più stupido dei presenti in sala. Richiede una digestione cerebrale anche se, a dire il vero, esso ha una natura più emotiva di quanto un simile sforzo sembri suggerire.
Questo per dire che i più cervellotici avranno pane per i loro denti nel voler tracciare lo schema di tutti i parallelismi, i continui rimandi tra le storie, gli esiti differenti delle singole vicende e il peso di ciascuna maschera d'attore, ognuno con la sua parte in ognuna delle diverse storie narrate. Divertitevi, divertiamoci. Questo è l'aspetto più ludico di tutta la sceneggiatura.
Il senso più autentico è però volatile e purtroppo comprensibile già nel trailer. Tutto quello che c'è nel film, nelle sue tre ore, è l'adattamento molto romanzato di un sentimento mistico. Qualcosa che avrete sentito già altrove, profondo quanto il bicchiere che ospita la pinta di birra che avete davanti quando un amico ve lo espone incurante della vostra perplessità, temporaneo quanto l'ebbrezza dell'alcool che avete bevuto, poco chiaro come il locale che vi ospita, velleitario come tutte le vostre chiacchiere presenti, passate e future sulla rivoluzione. Non credete che quella porta sia la salvezza. Una volta fuori il primo soffio di vento potrà scacciare via quel tremulo filo che ha tenuto in piedi l'intero ragionamento, confondere un altro poco le idee, far cadere a terra il mazzo di carte con tutte le risposte. Cercate, cercate, carponi carponi. Alla fine comunque ne avrete persa più d'una.
Allora forse, bene intenzionati come me, avrete davanti due alternative. La prima è leggere il romanzo di David Mitchell che è alla base del film per cercare almeno le prime intenzioni, stampate su carta e in forma di frasi. Sono certo che dopo tutto sarà molto più chiaro. Oppure tornare al cinema per una seconda volta e forse una terza, magari per prendere appunti. Tornare a casa e tracciare nuove linee, fare una pianta dell'edificio, stabilire il posto di ogni stanza su ogni piano temporale e comprendere quale attore ci dovrà dormire. Per ogni piano una storia diversa e state attenti: sulla targhetta delle stanze non ci troverete mai scritto "Tom Hanks" o "Halle Berry", ma di volta in volta il nome del loro personaggio.
Ma la domanda è: vale la pena? Perchè se secondo me vale la pena andare a vedere questo film al cinema in questi giorni, non sono mica tanto sicuro valga la pena tornare a vederlo nei prossimi.
Lo spirito con il quale i fratelli Wachowski hanno affrontato lo sforzo di questo film assomiglia alla mania di grandezza che ha spinto la Chiesa cattolica romana a edificare enormi cattedrali e basiliche nei secoli passati. Non fu febbre del mattone di palazzinari ante litteram ma la convinzione che grandi idee dovessero essere ospitate in grandi architetture. Simili edifici continuano a lasciare a bocca aperta i turisti di tutto il mondo ma quello che vedono sono le meraviglie della costruzione. Sono pochi, pochissimi a essere colti dal sentimento religioso che il luogo dovrebbe rappresentare, proteggere. Solo coloro che quel sentimento religioso conoscevano e portavano con sé prima di entrare. Lo stesso discorso vale per il concetto che anima "Cloud atlas", nascosto e custodito nel minuscolo tabernacolo di una bizzarra, complessa e mastodontica costruzione architettonica.

Christopher Nolan è il grande regista-architetto del nuovo cinema americano. "Inception" è stato il suo capolavoro di audacia, il grattacielo che sfida le leggi eppure rimane in piedi. Ma il suo è un lavoro più onesto. I suoi edifici sono pronti per ospitare uffici, aziende. Sono belli, funzionali e moderni. Nolan non ha messaggi universali da mandare. L'architettura è tutto il suo messaggio.

I Wachowski più poetici di quest'ultimo film hanno lo sguardo rivolto altrove. Basterebbe già il titolo per suggerire una chiara mancanza di solidità. "L'atlante delle nuvole" sembra voler esprimere il concetto di una idea mutevole e indefinita, volatile, gassosa. Non costruiscono man mano l'ingranaggio perfetto aggiungendo un pezzo alla volta come nell'utimo Tornatore. Presentano un meccanismo complicato ma già avviato. Sta a noi, insieme al loro aiuto, smontarlo delle singole parti. Per poi scoprire che non si tratta di meccanica ma di fisica. Esistono leggi che determinano il comportamento delle singole parti, così come i singoli elementi finiscono per attrarsi e combinarsi tra loro diventando altro e dando vita a forme nuove, uomini o nuvole. Esiste però un margine di libertà anch'esso decisivo e imprevedibile che può mutare il corso delle cose. Si possono tracciare a ritroso le tappe che conducono a un evento, scindendone e isolandone ogni particella fino alle più elementari? No, è qualcosa di più grande delle possibilità dell'uomo. Nello stesso modo non è possibile prevederne le azioni future. Tentare di mettere insieme nella stessa storia ineluttabilità e libero arbitrio attraverso un concatenarsi di avvenimenti e conflitti simili, universali, sebbene siano differenti i contesti dove essi maturano avrebbe richiesto una sceneggiatura perfetta. Invece, nonostante il grande lavoro, siamo molto lontani dalla perfezione.

In tutte le diverse storie che il film contiene ce ne sono due che mi piacciono particolarmente. Quella ambientata nella Seoul del futuro è la più affascinante sia sul piano visivo che nell'andamento misterioso e per livelli successivi dell'intreccio. Sembra essere la più ispirata, quasi la spina dorsale del senso complessivo. Non mi piacciono però troppo gli sviluppi eccessivi e non del tutto chiari e le sue conclusioni. Forse è per questo finisce per non piacermi l'intero film nel suo insieme.
La storia del vecchio editore sfigato è la più divertente. Il tono grottesco e straniante alleggerisce di molto il film e mi spinge a benvolerlo.
Le storie ambientate nel passato mi piacciono meno in quanto sembrano essere il frutto di una imitazione di letteratura di basso livello. Quella ambienta negli anni '70 ha il tono di un mediocre bestseller di spionaggio con qualche guizzo interessante qua e là.
Quella che apre e chiude il film, con Tom Hanks nelle vesti di un neoprimitivo mezzo maori e che a dispetto delle apparenze dovrebbe essere quella ambientata nel futuro più remoto, ammetto di non averla proprio capita.
Fate voi una media e tirate le conclusioni anche per me.

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