mercoledì 23 gennaio 2013

The master

La visione di "The master" mi ha lasciato sconcertato. Potrei parlare di delusione ma sarebbe un'espressione forte e riduttiva. La delusione non è nella complessiva qualità del film che è di certo bello e notevole, prezioso e coraggioso come tutte le opere d'arte o perlomeno come tutte le opere di un vero artista.
Il film delude proprio in quello che sembrava promettere. Cioè non rispetta le aspettative e per questo, prima di definire che cosa o come è, sarebbe meglio fare una lista delle cose che abbiamo creduto potesse essere e invece non è.
Non è per esempio un film su Scientology. Ci saranno pure delle affinità profonde con la setta fondata da Ron Hubbard ma di certo il film non vuol essere la storia della sua nascita e del suo sviluppo, non vuole affermare che il suo fondatore è stato un impostore, persona detestabile, criminale. Non vuole convincere nessuno a cambiare le proprie convinzioni pseudo religiose, non vuole mettere in guardia il resto del mondo, non vuole rivelare segreti. Il ritratto che fa dell'alter ego di Hubbard, il Lancaster Dodd interpretato da Hoffman, non è privo di difetti e inquietudine, ma rimane comunque bonario, affettuoso.
E' la caratteristica vera del cinema di Paul Thomas Anderson, l'amore profondo verso i suoi personaggi, l'unica costante che unisce film diversi e a volte non riconducibili alla stessa mano. Se le storie corali degli esordi lo dimostravano con un tripudio di personaggi, l'evoluzione del suo cinema ha ridotto di parecchio il loro numero in ogni film, arrivando a basare il suo film più potente ("Il petroliere") su un'unica figura che domina, schiaccia e alla fine uccide anche a sangue freddo, nel suo delirio superomistico, chiunque osi mettersi contro di lui. E' nelle corde di Anderson sentirsi in dovere di dimostrare il suo affetto a queste figure di sventurati incapaci di amare o farsi amare; ed è lui che sembra rispondere alla richiesta d'aiuto contenuta nella canzone finale di "Magnolia", quella "Save me" di Aimée Mann che concorse persino all'Oscar e che costituiva il valore aggiunto di un già bellissimo film ("but can you save me?/ from the ranks of the freaks/who suspect they could never love anyone", e giù lacrime... ).

Non fa eccezione questo "The master" dove Anderson sembra più interessato al lato oscuro dei suoi personaggi che a quello delle loro avventure spirituali e religiose. La sua sensibilità e le inclinazioni naturali del suo modo di fare cinema e raccontare si sorreggono con il talento nella scelta e nella direzione dei suoi attori. Non è un caso che i suoi film trionfino soprattutto grazie alle loro interpretazioni. Discorso valido anche per "The master" che colleziona dovunque vada un tris di nomination per i tre protagonisti. E se Philip Seymour Hoffman ci ha ormai abituato alla sua bravura tanto da cominciare a ispirare un poco di quella noia che si riserva agli eterni primi della classe ( vedi l'esempio di Maryl Streep), e Amy Adams rivela finalmente appieno le sua qualità e la sua bellezza in un grande film; la vera sorpresa è Joaquim Phoenix: l'immedesimazione con il personaggio è totale e la sua trasformazione, la concentrazione che dimostra finiscono per stravolgere anche la sua fisionomia, la postura, la bellezza virile dei lineamenti. Il suo Freddie Quell mette i brividi perché è selvaggio, imprevedibile, violento, disturbato e credibile.

Quello che però manca al film sembra essere il resto. Degli ego così implosivi, carichi di energia negativa, fluttuano nel vuoto di una storia randagia, che riununcia ben presto a inseguire percorsi drammaturgici comuni, e salvo un unico vero, grandissimo momento nella prima metà ( il primo "processo" del maestro al suo favorito) non ha nessun picco memorabile, nessuna svolta nel copione che rilanci l'attenzione dello spettatore, nessun meccanismo implicito che conduca verso un vero finale. Il ritmo è lento e l'errore forse è nel ritenere che basti una cadenza ipnotica e un momento chiave per ipnotizzare lo spettatore fino alla fine. Invece si finisce al massimo quasi tutti sonnambuli, un poco anche per noia, in una casa enorme, vuota e fredda che non conosciamo, nella quale ci orientiamo a fatica, ci muoviamo a tentoni e dove finiamo per sbattere contro uno spigolo di tanto in tanto. L'effetto è disamante e lascia sgomenti. Intenzione forse dell'autore che dispone una messa in scena fuori dal comune, che non convoglia quasi mai l'attenzione dello spettatore su qualcosa in particolare ma lascia disperdere lo sguardo su vari punti e non sembra affatto intenzionata a giudicare. Quello che sembra stare più a cuore è il viaggio nell'ignoto di una mente disturbata della quale "il maestro" del titolo non è il responsabile, né il guaritore che vorrebbe essere ma l'esploratore affascinato e inadatto, il coraggioso che affronta la profondità della notte buia che si espande dietro il fondale stellato della sua rappresentazione truffaldina.
Per questo Anderson si dimostra regista soprendente, colto, ambizioso e ancora capace di stupire, pensare in grande storie difficilissime da raccontare e forse persino amare; più enigmatico di quanto lasciasse presupporre con i suoi primi, indimenticabili film.

Il film è stato forse azzoppato anche dalle difficoltà incontrate durante la lavorazione, che è stata segnata da una pausa lunga un anno e salvata, così pare, dall'interessamento personale in seconda battuta di un ricco finanziatore privato.
Per chi volesse farsi un'idea di cosa il film sarebbe potuto diventare consiglio di leggere il copione originale che la Miramax ha gentilmente fatto circolare in rete. E' una cosa che consiglio a tutti, la lettura dei copioni. Rendono perfettamente l'idea di quanto molti film sarebbero potuti diventare qualcosa di completamente diverso rispetto a quello che poi arriva nelle sale.

Per chi invece si aspettava di saperne qualcosa in più sulla misteriosa Scientology, ho trovato in rete un interessante articolo a tale proposito che contiene già anche tutti i link per eventuali future immersioni nell'argomento.

Per chi volesse solo rilassarsi questo è invece il link per ascoltare in streaming la bella colonna sonora ad opera del sempre più bravo e sorprendente Johnny Greenwood ( già chitarrista dei Radiohead per quei pochi che ancora non lo sapessero), comprensiva delle altrettanto belle canzoni d'epoca inserite nel film.

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