lunedì 11 febbraio 2013

Gasherbrum - Der leuchtende Berg ( La montagna di luce)

Werner Herzog incontra Reinhold Messner nel 1984. Il pretesto è un breve documentario per la televisione di appena 45 minuti. Riescono a intendersi perfettamente grazie alla padronanza comune del tedesco e a un identico punto di vista.
Messner è già una celebrità dell'alpinismo mondiale, avviato a diventare il più grande scalatore di tutti i tempi, il primo uomo ad aver raggiunto di lì a pochi anni la vetta di tutti e 14 i grandi ottomila, le più alte montagne della Terra. L'ha fatto compiendo imprese al limite, con il minimo dell'attrezzatura e con un equipaggio ridotto. Il suo è un senso estremo della sfida che comporta il rischio della morte. La morte lo sfiora più volte e si porta via il fratello davanti ai suoi occhi, trascinato via e sepolto da una valanga durante una sventurata discesa dalla vetta del monte Nanga Parbat. Al ritorno dalla stessa spedizione il Messner sopravvissuto deve sopportare pure l'amputazione di sei dita dei piedi per le conseguenze del gelo. Questo non gli servirà da freno nella sua ricerca continua dell'avventura oltre i limiti delle possibilità umane e del comune buonsenso.
Jon Krakauer, alpinista e scrittore, è l'autore del libro "Nelle terre estreme". E' la biografia della vita breve e della morte atroce di Chris McCandless. Sean Penn ne ha tratto un film di successo, "Into the wild", con Emile Hirsch e una bella colonna sonora di Eddie Vedder. Il libro offre un resoconto molto più approfondito della vicenda. La scelta di quella storia in particolare tra tante si spiega con l'affetto dell'autore verso la figura del ragazzo, già oggetto di molte polemiche. Il desiderio ultimo è quello di offrire una possibile risposta alla domanda: che cosa spinge alcune persone a provare esperienze così estreme? Un inconscio desiderio di morte, un disturbo di personalità, l'irragionevolezza, la fascinazione idealizzata per uno stile di vita romantico a contatto con la natura?
Chi si mette in gioco con simili avventure deve mettere nel conto che potrebbe non sopravviverne. E che se pure dovesse riuscire, il suo successo resterà privato, difficile da condividere o essere compreso dalla maggior parte delle persone. La disciplina, la serietà, l'ostinazione e la solitudine che richiedono sforzi simili hanno qualcosa che si colloca al confine con la follia. Tutti i veri alpinisti sembrano condividere la stessa asocialità di fondo, una qualche indifferenza verso il giudizio o le regole della società.

Non fa eccezione Messner, personaggio noto per la sua scarsa simpatia. In realtà egli è il perfetto protagonista di un film di Herzog. E' completamente matto, sorretto solo da una sua personalissima lucidità e dalla forza sovrumana della sua volontà. E' colui che non sa spiegare fino in fondo le ragioni di quello che fa ma è rapito completamente dal richiamo ancestrale e pericoloso della montagna che lo allontana dal mondo degli uomini comuni. La sua ricerca è spirituale ma si afferma grazie a uno sforzo del corpo, al superamento di ostacoli reali e non metafisici. Egli è colui che riesce a portare a termine l'impresa anche oltre le possibilità del regista. E' Messner, assieme solo al suo compagno di scalata Hans Kammerlander, che riesce nella fatica mai tentata prima di raggiungere consecutivamente le due vette del Gasherbrum e filmare gli ultimi tratti di salita.
Herzog e la sua ridottissima troupe restano al campo base, a duemila metri di altitudine più in basso, fermati dal mal di montagna. La riuscita finale o meno del documentario è nelle mani dello stesso Messner. Herzog potrà solo raccogliere il prodotto della sua testimonianza su pellicola.

Il documentario è bellissimo e si colloca alla perfezione nel solco della poetica del regista tedesco. Herzog riesce ancora una volta a catturare immagini bellissime e non convenzionali. Messner è un anarchico che vive al di fuori delle regole. Un personaggio potente e carismatico che non desidera nessun seguace per sé, non ha alcun bisogno di affermarsi agli occhi del resto degli uomini, vive un rapporto disinvolto e quasi irriverente del prossimo con la propria natura, si getta con fervore in argomentazioni filosofiche e sostiene con forza il suo punto di vista. Non chiede di essere capito. Sembra quasi divertito dal piacere di sapersi scandaloso e non si imbarazza a mostrarsi nudo davanti alla macchina da presa. Ha un fascino magnetico che si propaga grazie alle suggestioni implicite delle sue affermazioni e del suo stile di vita selvaggio.
Il momento in cui si trova a rispondere alle domande sulla tragica morte del fratello è l'unico nel quale si spezza la continuità del suo entusiasmo. Herzog riesce a squarciare il velo e coglie gli aspetti più segreti e intimi dell'uomo che ha di fronte. Qualcosa di così autentico e straziante per la sua potenza emotiva da non avere eguali nemmeno nel migliore dei suoi film di finzione.
"Gasherbrum" è un capolavoro sconosciuto, scoperto per caso grazie a delle ricerche su internet.
Un misterioso utente lo ha caricato in una versione sottotitolata sul suo canale YouTube. Meraviglie della rete e della generosità dei suoi naviganti.
Viennanerazzurra grazie, chiunque tu sia.
Chi apprezzerà questo documentario vada sulla pagina del suo canale e clicchi "mi piace".

sabato 9 febbraio 2013

Zero dark thirty

E' il terzo film che vedo in meno di un mese che affronta una parte di storia americana. Il primo è stato "Django unchained" che almeno con la sua ironia e la volontaria deformazione usava lo schiavismo come pretesto, senza alcun intento storiografico. Poi sono passato alle trattative per l'abolizione proprio dello schiavismo con il biografico "Lincoln", questo sì molto storiografico e con tutte le punte di orgoglio nazionale che il ritratto di un grande presidente dovrebbe contenere. Ok, però è un film noioso, buono più per la didattica nelle scuole del suo paese d'origine o la gioia di qualche studioso del periodo.
Infine, con un balzo incredibile, passo dal XIX secolo al XXI e mi ritrovo a mezzanotte e mezzo di Venerdì a vedere "Zero dark thirty", un film che inizia con le voci delle vittime dell'11 Settembre e termina subito dopo la morte di Osama Bin Laden. Il che basterebbe a suggerire che quell'evento sia stato non la chiusura di un cerchio ma la fine di tutta la questione.
Nonostante "Zero dark thirty" sia anche un bel film e sia attualissimo, interessante anche per affrontare le pagine ancora controverse e fresche d'inchiostro delle prime versioni ufficiali, la sua riconoscibile impronta di orgoglio e spirito statunitense ha per me l'effetto della goccia che fa traboccare il vaso.
Almeno per un po' non vorrei avere niente a che fare con una qualsiasi declinazione del patriottismo cinematografico americano. Gli Stati Uniti del cinema sono invadenti quanto la loro nazione. Hanno caratteristiche di megalomania e autentico disturbo narcisistico. Sanno parlare solo di se stessi tutto il tempo e a volte hanno la presunzione di saper parlare anche al posto di altri. Hanno carisma e potere, sanno affascinare, ma alla lunga possono risultare gradassi, fasulli e anche monotoni. Tutte caratteristiche che ci infastidirebbero se appartenessero a uno qualsiasi dei nostri conoscenti e che il cinema nasconde sotto una elaborata messa in scena, sotto le luci, dietro la sapienza ritmica, grazie alle fisionomie irregolari di attrici come Jessica Chastain. Come abbia potuto passare dal ruolo di archetipo materno di "The tree of life" a quello di "figlia di puttana che ha scovato Bin Laden" è una cosa affascinante, l'ennesimo coniglio che esce dal cilindro di un cinema americano altrimenti un poco frusto, a corto di sorprese.

Senza di lei l'intera storia che sta dietro la scoperta e l'assalto al covo del ricercato numero uno del terrorismo mondiale perderebbe quasi tutto il fascino e non c'è neanche bisogno di spiegare perché. Per girarci attorno dico solo che la sua bellezza non solo rende più godibile e umano il film ma gli permette anche di avere qualche momento di gradevolezza visiva. La cura che richiede la caratterizzazione del personaggio di lei consente al film di alternare scene e inquadrature di discreta fattura fotografica, dove lo sguardo non può non soffermarsi sul dettaglio dei suoi capelli, sulla linea degli occhi, sul colore dell'incarnato o di quello degli occhi o in generale sulla sua fisionomia ( ok, è quasi amore il mio); a scene che di bellezza visiva non hanno niente come i venti minuti di attacco finale.
Anzi, con la sua necessità di riprodurre il massimo del realismo la scena funziona più per la tensione e la fedele coreografia di un assalto che sul piano del godimento visivo. Il buio è l'elemento dominante di tutta la sequenza tanto che il volo degli elicotteri sopra le montagne del Pakistan è così indistinguibile da poter essere benissimo una ricostruzione in computer grafica. L'elemento spettacolare non è assecondato da scelte fotografiche ma piuttosto dalla dotazione all'avanguardia della squadra, che aggiunge all'operazione una parvenza di scientificità e feticismo tecnologico.

Il personaggio di Maya assume nel corso del film una triplice valenza.
All'inizio il suo sguardo è lo stesso del pubblico in sala quando si ritrova a fare i conti con la rappresentazione della tortura sui detenuti militari. Serve per poter introdurre gli spettatori nella storia, affrontando già dai primi minuti anche le questioni più controverse della guerra al terrorismo. Per quanto brutali le scene di tortura compaiono solo nel primo atto. Il disagio di lei di fronte all'umiliazione dei prigionieri potrebbe essere lo stesso di chi ha appena cominciato a vedere il film. Da un certo momento in poi prevalgono altre dinamiche anche narrative e alla tortura si fa cenno solo di fronte alle polemiche sollevate dal presidente Obama. Insomma, il film non intende fare sconti o indorare la pillola sulla disumanità dei metodi ma adotta una qualche forma di strategia per far sì che certe questioni non finiscano per prevalere sull'andamento o le finalità della storia.
Da un certo momento in poi il ruolo di Maya comincia a confondersi come alter ego della regista stessa, Kathryn Bigelow, combattiva, mascolina, a suo agio in contesti cinematografici dove la presenza femminile è pari a zero.
Sul finire del film Maya sembra adatta a rappresentare il volto della sua nazione. Perchè quello che tradisce sempre gli americani è il finale delle loro avventure di successo. Dopo aver strabiliato con il loro acume, il loro coraggio, la loro padronanza tecnica si lasciano sempre andare e tradiscono una certa spacconeria, una mancanza di stile, la boria dei vincitori. La reazione di Maya sembra suggerire per la prima volta che l'America potrebbe essere una nazione donna, che tiene nascosti i suoi più autentici sentimenti e si lascia andare solo in privato. Molto, molto bello.
Solo che anche stavolta mi viene da pensare quello che ho formulato dopo la visione di "Lincoln". Non è vero che siamo tutti americani. Non fino a questo punto almeno. La funzione di un simile film ha forse malcelati intenti di propaganda ma esso è il soprattutto il suggello di una storia che augura la buonanotte al proprio pubblico. E' la favola crudele, per quanto vera, dove la Chastain assomiglia a un personaggio di un racconto dei Grimm che attraversa il bosco, sperimenta la paura e la violenza e alla fine ha la meglio sul suo Uomo Nero, senza però mai incontrarlo di persona. Attraverso di lei si riscatta l'intera nazione, portando a compimento la funzione catartica implicita in ogni buona favola. E' con la sua storia esemplare che "Zero dark thirty" sembra voler comunicare al pubblico che solo adesso, dopo anni, possiamo tornare a dormire tranquilli, abbassare le armi, riprendere contatto con il nostro lato femminile. Il nostro? Ecco, è questo il punto. Il "loro", punto e basta.

Durante la visione ho pensato che mi piacerebbe, per assurdo, in un universo parallelo, vedere un blockbuster islamico che racconta tutti i retroscena dell'attentato alle Torri Gemelle e si conclude proprio con l'11 Settembre.
C'è uno scrittore che ha fatto qualcosa di simile. E' statunitense, si chiama Matt Ruff e il suo ultimo romanzo è uscito da poco nelle librerie italiane. "False verità" o "The mirage" per chi cerca un'edizione in lingua originale. In Italia lo pubblica Fanucci. Vi consiglio di andare a cercarlo. E' la storia ribaltata del rapporto tra Occidente e Medio Oriente dell'ultimo secolo. I fondamentalisti sono cristiani. Le Torri Gemelle sono quelle di Baghdad, Bin Laden è un senatore degli Stati Uniti d'Arabia, Israele è un alleato prezioso della nazione islamica e si trova dove le nostra carte indicano la Germania di oggi.

Vorrei cambiare aria e non vedere altri film americani al cinema nei prossimi giorni. Anzi, forse non voglio proprio andare al cinema per un poco. Le giornate stanno cominciando ad allungarsi. Ci sono pesci da pescare in acque più profonde.

martedì 5 febbraio 2013

Lincoln

Ci sono almeno due Spielberg. Quello che sembra essere rimasto bambino e che realizza film come "E.T.", che parla ai bambini come quasi nessuno prima di lui, e agli adulti, facendoli tornare bambini. Lo Spielberg che è portatore sano della visione del fanciullino che è in ognuno di noi e che è quindi anche uno dei più grandi registi mondiali dell'infanzia e del fantastico. Poi c'è un altro Spielberg: quello che affronta i grandi temi, che si sente quasi in dovere di farlo, che si prende la briga ben volentieri e al quale i grandi temi sembrano andare incontro per una forza di attrazione reciproca. Perchè Spielberg è regista di successo in virtù della sua capacità di arrivare a grandi masse di spettatori e perchè grandi poteri comportano grandi responsabilità e le responsabilità a Hollywood si contano anche in denaro, sono parte del rischio di impresa. Spielberg ha dimostrato di saper vincere stando alle regole del gioco e i suoi grandi poteri gli consentono anche grandi possibilità. Come la possibilità di affrontare la Storia con i mezzi adeguati.
La sua posizione e il suo carisma pongono Spielberg su un livello superiore a quello di cineasta e la sua attenzione a temi universali lo rendono parte di quella categoria di comunicatori ai quali si presta sempre attenzione, senza mai prenderli troppo sul serio però. Spielberg è cioè collega indiretto dei vari Dalai Lama, del Papa, di John Lennon e Bono Vox e tutti coloro che possono parlare con la stessa disinvoltura di pace, amore, fratellanza senza fare la figura dei completi idioti.
Ma forse, tra tutti, Spielberg desiderebbe essere il Presidente degli Stati Uniti per la sua stessa attitudine al comando, per sentirsi a pieno diritto "il comandante in capo" delle sue truppe o almeno della sua troupe, per la sua possibilità di parlare al cuore di una nazione e spostarne le onde del sentimento, per l'eco mondiale delle sue parole, per il brivido della responsabilità che il ruolo e il suo prestigio richiedono. Il Pesidente dei Registi degli Stati Uniti d'America. La forza del suo argomentare e la complessità dei temi affrontati richiedono di spostare il discorso a un livello più basso. Ecco quindi il presidente Spielberg che si piega sulle ginocchia e parla al suo pubblico come farebbe con un bambino, solo che stavolta la faccenda è più complessa di una storia di fantascienza e amicizia tra creature piccole di pianeti diversi e qualcuno potrebbe non stare al gioco della sua retorica.
Retorica che poi non è neanche l'aspetto principale di "Lincoln" ma solo il dolcificante di una storia assai più indigesta, che riguarda le complicate e non del tutto trasparenti manovre che hanno portato all'approvazione del 13° emendamento della Costituzione americana, quello che aboliva la schiavitù, e alla fine della guerra civile tra gli stati del Sud e quelli del Nord dell'Unione. Roba assai più noiosa e meno retorica di quanto si possa credere ma del tutto incomprensibile per chi non ha mai dovuto studiare a fondo la storia di quel paese. Questioni che sembrano rientrare nei grandi temi e che dovrebbero riscuotere l'interesse di spettatori indipendentemente dal loro paese d'origine ma che non arrivano mai a scaldare davvero il cuore nell'arco di due lunghissime ore e mezza.
Questo perché non è vero che siamo tutti americani. Non fino a questo punto almeno.