martedì 5 febbraio 2013

Lincoln

Ci sono almeno due Spielberg. Quello che sembra essere rimasto bambino e che realizza film come "E.T.", che parla ai bambini come quasi nessuno prima di lui, e agli adulti, facendoli tornare bambini. Lo Spielberg che è portatore sano della visione del fanciullino che è in ognuno di noi e che è quindi anche uno dei più grandi registi mondiali dell'infanzia e del fantastico. Poi c'è un altro Spielberg: quello che affronta i grandi temi, che si sente quasi in dovere di farlo, che si prende la briga ben volentieri e al quale i grandi temi sembrano andare incontro per una forza di attrazione reciproca. Perchè Spielberg è regista di successo in virtù della sua capacità di arrivare a grandi masse di spettatori e perchè grandi poteri comportano grandi responsabilità e le responsabilità a Hollywood si contano anche in denaro, sono parte del rischio di impresa. Spielberg ha dimostrato di saper vincere stando alle regole del gioco e i suoi grandi poteri gli consentono anche grandi possibilità. Come la possibilità di affrontare la Storia con i mezzi adeguati.
La sua posizione e il suo carisma pongono Spielberg su un livello superiore a quello di cineasta e la sua attenzione a temi universali lo rendono parte di quella categoria di comunicatori ai quali si presta sempre attenzione, senza mai prenderli troppo sul serio però. Spielberg è cioè collega indiretto dei vari Dalai Lama, del Papa, di John Lennon e Bono Vox e tutti coloro che possono parlare con la stessa disinvoltura di pace, amore, fratellanza senza fare la figura dei completi idioti.
Ma forse, tra tutti, Spielberg desiderebbe essere il Presidente degli Stati Uniti per la sua stessa attitudine al comando, per sentirsi a pieno diritto "il comandante in capo" delle sue truppe o almeno della sua troupe, per la sua possibilità di parlare al cuore di una nazione e spostarne le onde del sentimento, per l'eco mondiale delle sue parole, per il brivido della responsabilità che il ruolo e il suo prestigio richiedono. Il Pesidente dei Registi degli Stati Uniti d'America. La forza del suo argomentare e la complessità dei temi affrontati richiedono di spostare il discorso a un livello più basso. Ecco quindi il presidente Spielberg che si piega sulle ginocchia e parla al suo pubblico come farebbe con un bambino, solo che stavolta la faccenda è più complessa di una storia di fantascienza e amicizia tra creature piccole di pianeti diversi e qualcuno potrebbe non stare al gioco della sua retorica.
Retorica che poi non è neanche l'aspetto principale di "Lincoln" ma solo il dolcificante di una storia assai più indigesta, che riguarda le complicate e non del tutto trasparenti manovre che hanno portato all'approvazione del 13° emendamento della Costituzione americana, quello che aboliva la schiavitù, e alla fine della guerra civile tra gli stati del Sud e quelli del Nord dell'Unione. Roba assai più noiosa e meno retorica di quanto si possa credere ma del tutto incomprensibile per chi non ha mai dovuto studiare a fondo la storia di quel paese. Questioni che sembrano rientrare nei grandi temi e che dovrebbero riscuotere l'interesse di spettatori indipendentemente dal loro paese d'origine ma che non arrivano mai a scaldare davvero il cuore nell'arco di due lunghissime ore e mezza.
Questo perché non è vero che siamo tutti americani. Non fino a questo punto almeno.

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