sabato 9 febbraio 2013

Zero dark thirty

E' il terzo film che vedo in meno di un mese che affronta una parte di storia americana. Il primo è stato "Django unchained" che almeno con la sua ironia e la volontaria deformazione usava lo schiavismo come pretesto, senza alcun intento storiografico. Poi sono passato alle trattative per l'abolizione proprio dello schiavismo con il biografico "Lincoln", questo sì molto storiografico e con tutte le punte di orgoglio nazionale che il ritratto di un grande presidente dovrebbe contenere. Ok, però è un film noioso, buono più per la didattica nelle scuole del suo paese d'origine o la gioia di qualche studioso del periodo.
Infine, con un balzo incredibile, passo dal XIX secolo al XXI e mi ritrovo a mezzanotte e mezzo di Venerdì a vedere "Zero dark thirty", un film che inizia con le voci delle vittime dell'11 Settembre e termina subito dopo la morte di Osama Bin Laden. Il che basterebbe a suggerire che quell'evento sia stato non la chiusura di un cerchio ma la fine di tutta la questione.
Nonostante "Zero dark thirty" sia anche un bel film e sia attualissimo, interessante anche per affrontare le pagine ancora controverse e fresche d'inchiostro delle prime versioni ufficiali, la sua riconoscibile impronta di orgoglio e spirito statunitense ha per me l'effetto della goccia che fa traboccare il vaso.
Almeno per un po' non vorrei avere niente a che fare con una qualsiasi declinazione del patriottismo cinematografico americano. Gli Stati Uniti del cinema sono invadenti quanto la loro nazione. Hanno caratteristiche di megalomania e autentico disturbo narcisistico. Sanno parlare solo di se stessi tutto il tempo e a volte hanno la presunzione di saper parlare anche al posto di altri. Hanno carisma e potere, sanno affascinare, ma alla lunga possono risultare gradassi, fasulli e anche monotoni. Tutte caratteristiche che ci infastidirebbero se appartenessero a uno qualsiasi dei nostri conoscenti e che il cinema nasconde sotto una elaborata messa in scena, sotto le luci, dietro la sapienza ritmica, grazie alle fisionomie irregolari di attrici come Jessica Chastain. Come abbia potuto passare dal ruolo di archetipo materno di "The tree of life" a quello di "figlia di puttana che ha scovato Bin Laden" è una cosa affascinante, l'ennesimo coniglio che esce dal cilindro di un cinema americano altrimenti un poco frusto, a corto di sorprese.

Senza di lei l'intera storia che sta dietro la scoperta e l'assalto al covo del ricercato numero uno del terrorismo mondiale perderebbe quasi tutto il fascino e non c'è neanche bisogno di spiegare perché. Per girarci attorno dico solo che la sua bellezza non solo rende più godibile e umano il film ma gli permette anche di avere qualche momento di gradevolezza visiva. La cura che richiede la caratterizzazione del personaggio di lei consente al film di alternare scene e inquadrature di discreta fattura fotografica, dove lo sguardo non può non soffermarsi sul dettaglio dei suoi capelli, sulla linea degli occhi, sul colore dell'incarnato o di quello degli occhi o in generale sulla sua fisionomia ( ok, è quasi amore il mio); a scene che di bellezza visiva non hanno niente come i venti minuti di attacco finale.
Anzi, con la sua necessità di riprodurre il massimo del realismo la scena funziona più per la tensione e la fedele coreografia di un assalto che sul piano del godimento visivo. Il buio è l'elemento dominante di tutta la sequenza tanto che il volo degli elicotteri sopra le montagne del Pakistan è così indistinguibile da poter essere benissimo una ricostruzione in computer grafica. L'elemento spettacolare non è assecondato da scelte fotografiche ma piuttosto dalla dotazione all'avanguardia della squadra, che aggiunge all'operazione una parvenza di scientificità e feticismo tecnologico.

Il personaggio di Maya assume nel corso del film una triplice valenza.
All'inizio il suo sguardo è lo stesso del pubblico in sala quando si ritrova a fare i conti con la rappresentazione della tortura sui detenuti militari. Serve per poter introdurre gli spettatori nella storia, affrontando già dai primi minuti anche le questioni più controverse della guerra al terrorismo. Per quanto brutali le scene di tortura compaiono solo nel primo atto. Il disagio di lei di fronte all'umiliazione dei prigionieri potrebbe essere lo stesso di chi ha appena cominciato a vedere il film. Da un certo momento in poi prevalgono altre dinamiche anche narrative e alla tortura si fa cenno solo di fronte alle polemiche sollevate dal presidente Obama. Insomma, il film non intende fare sconti o indorare la pillola sulla disumanità dei metodi ma adotta una qualche forma di strategia per far sì che certe questioni non finiscano per prevalere sull'andamento o le finalità della storia.
Da un certo momento in poi il ruolo di Maya comincia a confondersi come alter ego della regista stessa, Kathryn Bigelow, combattiva, mascolina, a suo agio in contesti cinematografici dove la presenza femminile è pari a zero.
Sul finire del film Maya sembra adatta a rappresentare il volto della sua nazione. Perchè quello che tradisce sempre gli americani è il finale delle loro avventure di successo. Dopo aver strabiliato con il loro acume, il loro coraggio, la loro padronanza tecnica si lasciano sempre andare e tradiscono una certa spacconeria, una mancanza di stile, la boria dei vincitori. La reazione di Maya sembra suggerire per la prima volta che l'America potrebbe essere una nazione donna, che tiene nascosti i suoi più autentici sentimenti e si lascia andare solo in privato. Molto, molto bello.
Solo che anche stavolta mi viene da pensare quello che ho formulato dopo la visione di "Lincoln". Non è vero che siamo tutti americani. Non fino a questo punto almeno. La funzione di un simile film ha forse malcelati intenti di propaganda ma esso è il soprattutto il suggello di una storia che augura la buonanotte al proprio pubblico. E' la favola crudele, per quanto vera, dove la Chastain assomiglia a un personaggio di un racconto dei Grimm che attraversa il bosco, sperimenta la paura e la violenza e alla fine ha la meglio sul suo Uomo Nero, senza però mai incontrarlo di persona. Attraverso di lei si riscatta l'intera nazione, portando a compimento la funzione catartica implicita in ogni buona favola. E' con la sua storia esemplare che "Zero dark thirty" sembra voler comunicare al pubblico che solo adesso, dopo anni, possiamo tornare a dormire tranquilli, abbassare le armi, riprendere contatto con il nostro lato femminile. Il nostro? Ecco, è questo il punto. Il "loro", punto e basta.

Durante la visione ho pensato che mi piacerebbe, per assurdo, in un universo parallelo, vedere un blockbuster islamico che racconta tutti i retroscena dell'attentato alle Torri Gemelle e si conclude proprio con l'11 Settembre.
C'è uno scrittore che ha fatto qualcosa di simile. E' statunitense, si chiama Matt Ruff e il suo ultimo romanzo è uscito da poco nelle librerie italiane. "False verità" o "The mirage" per chi cerca un'edizione in lingua originale. In Italia lo pubblica Fanucci. Vi consiglio di andare a cercarlo. E' la storia ribaltata del rapporto tra Occidente e Medio Oriente dell'ultimo secolo. I fondamentalisti sono cristiani. Le Torri Gemelle sono quelle di Baghdad, Bin Laden è un senatore degli Stati Uniti d'Arabia, Israele è un alleato prezioso della nazione islamica e si trova dove le nostra carte indicano la Germania di oggi.

Vorrei cambiare aria e non vedere altri film americani al cinema nei prossimi giorni. Anzi, forse non voglio proprio andare al cinema per un poco. Le giornate stanno cominciando ad allungarsi. Ci sono pesci da pescare in acque più profonde.

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