domenica 10 marzo 2013

Piano, solo

Ho smesso di vedere "Piano, solo" a metà. E' brutto dirlo ma so già come va a finire. Luca Flores muore, giusto? Si toglie la vita. D'altronde la sua è una storia vera e ce l'aveva raccontata Walter Veltroni nel libro biografico "Il disco del mondo".
La ragione però è un'altra, non sono così cinico.

Il jazz è raro nel cinema italiano. A memoria ce n'è un poco solo in certe pellicole di Pupi Avati, che non ha mai nascosto il suo amore per il genere. E' una musica difficile che ha un suo pubblico di nicchia e che in Italia non raccoglie grandi numeri. Eppure ci sono molti nomi di rilevanza internazionale tra i nostri musicisti. Luca Flores è stato uno di questi.
Nel libro di Veltroni si poteva ancora rintracciare il desiderio di raccontare la vita infelice di un talento scomparso troppo presto per lasciare un segno duraturo nella memoria di molti ma la sua storia serviva come introduzione alla sua musica, tanto che al libro era allegato un cd. Nel film invece si ha l'impressione che accada proprio il contrario. Il talento del musicista è solo il pretesto per mettere in scena la rappresentazione di una vita segnata tanto dal genio quanto da disgrazie familiari e disagio mentale. Si finisce più o meno in alcuni luoghi comuni che altri film hanno saputo rendere in maniera migliore, vedi "Shine".
Il problema, alla fine, è che della musica importa molto meno di quanto si voglia far credere. Per quanto girate anche con una certa cura le scene delle esibizioni non riescono a ricreare il miracolo di certe esecuzioni, non rendono giustizia all'ascolto, sono solo parentesi tra altri momenti dialogati. La musica nei film ottiene il meglio solo se supporta le qualità emotive delle scene come colonna sonora, se trasforma il reale in qualcosa di astratto come nei musical, al massimo se è qualcosa che accade live, in quel momento. Anche film come "Il concerto", che pure ha una delle migliori regie di un concerto di musica classica, si piegano alle regole del cinema e concedono distrazioni, si avvicinano alla linea che rende fasulla la messa in scena.
Forse questo problema si pone in forma ridotta con la musica pop-rock. Essa può contare già su una fruizione in larga parte superficiale, si adatta con meno difficoltà a fare da sottofondo e ha già una iconografia e tradizione più spettacolare. Insomma, lo scambio tra cinema e musica pop è assai più fecondo e reciproco rispetto a quello con qualsiasi altra musica e lo dimostra anche l'arte del videoclip.

Ora, se c'è una cosa che amo del pop, oltre alla sua semplicità, alla maniera di cristallizare uno stato d'animo, di inchiodare qualsiasi concetto con solo tre punti è la capacità di mantenersi leggero. Non solo: esso può nascondere la tristezza dietro una melodia cantabile, può spingersi ai confini dell'eccitazione senza perdere mai il controllo, può far calare un velo di malinconia in una canzone cambiando solo due accordi. Il pop, almeno nelle sue forme più alte, è una musica di facile ascolto ma che nasconde un'emotività parecchio evoluta, capace di influenzare anche quella di chi ascolta. Ne avevo conferma poche settimane fa quando alla radio hanno passato "Easy" dei Commodores. Chi l'avrebbe mai detto che una canzone così spensierata raccontasse invece di una storia d'amore al capolinea? "I know it sounds funny but I can't stand the pain", inizia proprio così e continua esprimendo la frustrazione di un uomo che non è mai riuscito a sentirsi all'altezza delle aspettative della sua donna. Ha deciso di lasciarla il giorno dopo e questo lo fa sentire all'improvviso leggero e libero, perchè forse non è quello che lei avrebbe desiderato ma ora può smettere di fingere. Lui è una persona "semplice, semplice come una domenica mattina". Chiaro no? E ora cantiamo il ritornello tutti in coro. Una canzone piena di ottimismo, che ribalta una situazione iniziale triste in qualcosa di molto leggero e piacevole.

Con questo non voglio dire che il pop è meglio del jazz. Solo che certe qualità straordinarie del pop sembrano del tutto ignote a molti autori del nostro cinema. Essi sembrano convinti sempre e comunque che se la situazione è triste essa debba essere rappresentata in maniera ancora più deprimente, come se il sentimento di una scena fosse dato più dall'accelerazione costante su un lunghissimo rettilineo piuttosto che da un colpo improvviso di sterzo. Solo che lo spettatore sta sulla poltrona di casa o sulla poltroncina del cinema come sul sedile del passeggero, con tutta questa accelerazione che gli comprime lo stomaco e davanti a se un punto di fuga prospettico piattissimo e noioso.
"Piano, solo" ha diverse qualità. L'interpretazione molto partecipata di Kim Rossi Stuart, la fotografia di Catinari, una buona regia. Ma per me il film finisce in un punto preciso: il pranzo di compleanno del padre. E' il momento della storia nel quale si rivelano nella stessa scena il risentimento di Luca per le mancanze del genitore, il trauma mai risolto della morte della madre, l'affiorare del disturbo mentale del protagonista. Scena penosissima con tutto il suo carico di inquietudini, ricatti emotivi, sensi di colpa. Non è la prima volta che vedo qualcosa di simile in un film italiano. Di solito quando incontro questo tipo di situazioni smetto di vedere il film. E' più forte di me, non ce la posso fare. Ho voglia di prendere a schiaffi gli sceneggiatori così incapaci di incastrare un briciolo di luce, di stupire con un accordo improvviso, di lasciare uno spiraglio per un minimo colpo di vento in questa stanza dall'aria putrida. In realtà, io sono convinto che non ci sia stato mai niente di peggio della maniera con cui in Italia ci si è incastati molte volte nella raffigurazione di famiglie infelici, quasi con accanimento morboso.
Cose così penose possono accadere anche nella nostra vita e chi non ha mai sofferto in silenzio durante una riunione familiare, un pranzo di Natale, una qualche ricorrenza forzata che unisce malvolentieri parenti? Solo che mandare a fanculo la propria famiglia è un gesto che richiede uno sforzo notevole e che non sempre risolve i nostri problemi. Spesso, anzi, li peggiora.
Ma mandare a fanculo la famiglia di un film con tutti i suoi cazzo di problemi che non ci riguardano, con tutte le meschinità messe a nudo che riescono comunque a farci stare male e deprimerci come se ne fossimo davvero partecipi, è un gesto sano e doveroso. Mi spiace per la vostra infelicità ma io ho già la mia e non vengo a raccontarla a voi.

martedì 5 marzo 2013

Il Pap'occhio

Che strano vedere oggi "Il Pap'occhio" per la prima volta. Lo faccio recuperando il dvd in una biblioteca e riuscendo così a togliermi una curiosità che porto da tempo. Il fatto che la sua visione si sovrapponga quasi con le dimissioni ufficiali di Bendetto XVI, il suo volo in elicottero nel cielo sopra Roma, con anche il carico simbolico che qualcuno ci ha privatamente colto ( l'immagine dell'anima che "vola in cielo" come l'abbiamo immaginata bambini molti di noi) ha il sapore di una maliziosa coincidenza. Non è così, almeno a livello cosciente. Forse però il bombardamento di notizie relative all'evento e il carico emotivo che esso comporta anche per chi si è voluto sottrarre all'abbraccio di mamma Chiesa hanno operato in segreto.
In realtà sono in una fase di bassa concentrazione. Ho scelto il film di Arbore proprio perchè sapevo di andare incontro a qualcosa di leggero, a niente di troppo strutturato. L'alternativa era "Strange days" della Bigelow, col quale ho rimandato l'appuntamento per l'ennesima volta.
Ma a conti fatti c'è qualcosa che potrebbe renderli comuni nella mia testa bacata. Sono entrambi film che agiscono in un passato alternativo, in uno spazio temporale datato e ben collocabile ( i primi anni del pontificato di Papa Giovanni Paolo II; il capodanno del 2000 ) eppure fanno corto circuito con quello che è rimasto della cronaca reale di quei periodi. "Strange days" soprattutto sembra continuare a brillare d'interesse grazie al suo potente sfasamento di film di fantascienza che è finito risucchiato in un passato mai esistito grazie a un paradosso temporale. Una visione che sembra parlare di futuro e si rivolge invece alla polvere, al fratello gemello di un altro luogo e tempo.

Il discorso su "Il pap'occhio" può fare appello invece a una nostalgia meno elaborata. Realizzato ormai più di 30 anni fa ha avuto una storia molto travagliata: successo al botteghino, sequestro, riabilitazione, un fugace ritorno nelle sale verso la fine degli anni '90, prima di rivedere la luce con l'edizione in dvd. In mezzo soprattutto dimenticanza, un film sepolto nella memoria collettiva di molti e del tutto ignoto per gli altri più giovani.
Chi scrive ha press'a poco l'età stessa del film. La sgangherata compagnia di Arbore è parte di ricordi così profondi e lontani da non essere toccati dal colore di un qualsiasi giudizio. Si porta appresso solo una spensieratezza che riusciva a essere condivisa anche da un bambino con i propri genitori e zii, all'epoca quasi coetanei di me stesso nel presente. Ma tirare oggi un giudizio su cosa potesse essere anche quell'Italia dalle briciole da museo del film è cosa perversa, oziosa e poco scientifica.

Si può partire dai dati oggettivi. Il film è povero nella forma. Non ha una vera e propria storia, lo sviluppo è rapsodico. Vive di sketch, improvvisazioni, numeri musicali, ospiti, partecipazioni. E' in effetti l'adattamento, neanche troppo elaborato, di quello che doveva essere un programma tv di successo, senza alcuna voglia di preoccuparsi davvero della coerenza e delle regole drammaturgiche che si richiedono di solito alle pellicole in sala. Il risultato toglie forse al film qualsiasi pretesa di misurarsi su un piano strettamente cinematografico per rimanere su quello dello scherzo. Ma è uno scherzo che Arbore e compagni prendono molto sul serio perchè sanno che solo se si va fino in fondo sul piano dello scherzo e si offrono con generosità i propri numeri migliori un film così può dirsi riuscito.
Allora Arbore alza di molto il tiro e si catapulta con tutto il codazzo del suo bestiario comico dentro le mura vaticane. La chiamata, che ha l'aspetto di una sgangherata annuncizione dell'angelo Gabriele-Abatantuono, arriva proprio dal papa in persona. Cioè da Wojtyla, il papa straniero da poco eletto, quello dal volto bonario e telegenico, con il suo difficoltoso rapporto con l'italiano e la sua reciprocità con i mezzi di comunicazione dell'epoca ( cosa che manterrà fino alla morte). E' proprio il Papa a voler creare una tv vaticana, rivolta a un pubblico di giovani, con la presenza dei loro beniamini, per rilanciare la religione cattolica in lento ma costante declino. La cosa preoccupa però gli alti prelati al suo fianco che non vedono di buon segno questa avventatezza. Nonostante debolissimi tentativi di sabotare l'evento si arriverà al momento della messa in onda e lì... va bene, non ve lo dico, anche perchè non saprei proprio cosa dirvi di preciso.

Ad Arbore piace buttarla in caciara e la caciara salva questo film dall'abisso. Sa benissimo Nanni Moretti ad esempio, che nelle stesse stanze ricostruite in teatro tornerà trent'anni dopo, di non poter contare sulla stessa sguaiatezza per farla franca, vuoi per proprie esigenze di stile, vuoi per la necessità di vincere la diffidenza vaticana con un discorso più focalizzato e credibile. Anche i tempi sono cambiati, Wojtyla è morto e il nuovo Papa è "un pastore tedesco". L'ironia stavolta resta fuori dalle mura della Chiesa. Ma entrambi trovano un piacere nel raffigurare il mistero delle stanze più inaccessibili con più leggerezza di quanto esse sembrino voler lasciare trapelare. La componente più ludica dei prelati, la loro discreta sensibilità all'umorismo, la loro privata curiosità di uomini, eccezionali anche perchè separati dal mondo, sono elementi che in forme diverse si trovano in entrambi i film. Perchè in nessuno dei due casi si è mai partiti con una intenzione di polemica, ed entrambe le storie, con tutti i paradossi che le rendono interessanti, raccontano più di un desiderio di contatto tra mondi diversi, il desiderio di potersi ritrovare a discutere delle cose che ci stanno più a cuore con i modi che ci vengono più naturali. Arbore sa di essere un peccatore e forse esagera pure nel ritrarsi in questa maniera. Non chiede assoluzione per i suoi peccati, ma forse ci spera e punta tutto sulla sua simpatia per farla franca. A modo suo sembra voler declamare lo slogan: "Wojtyla uno di noi."
Moretti entra nel mezzo del conclave grazie alle sue qualità professionali ( e quindi tecniche). Non chiede assoluzione, difende in modo garbato le sue posizioni laiche, porta un poco di scompiglio ma organizzato molto meglio rispetto a quello di Arbore. E' incuriosito ma fallisce nel suo compito. Quello di venire in soccorso con la scienza della mente a una volontà di dio che non riesce a imporsi nei dubbi dell'uomo che deve diventare Papa.
Se nel film di Arbore dio si manifesta con la potenza folkloristica che tendiamo ad attribuirgli, in quello di Moretti il suo silenzio inasprisce l'angoscia del finale.

A dire il vero ho trovato un'altra debolissima citazione de "Il pap'occhio" in un film che divertente non lo era nemmeno un poco, ma che ha avuto una sorte quasi identica di invisibilità. Era "I banchieri di Dio" di Giuseppe Ferrara, sullo scandalo del caso IOR e i misteri del suicidio-omicidio di Roberto Calvi. Di contro a rappresentazioni di personaggi politici ed ecclesiastici precisi fedelissime e credibili anche nella fisionomia il Papa, sempre Giovanni Paolo II, è l'unico ( vuoi per rispetto o per contenere le polemiche) che non si vede mai in volto. Ma si vedono i suoi piedi che pedalano sulla cyclette mentre riceve in udienza privata Giulio Andreotti. E' evidente il richiamo all'inizio del film di Arbore, con la rappresentazione grottesca delle qualità atletiche del nuovo pontefice.

Fa impressione vedere quanti personaggi siano passati per le scuderie di Arbore. Piccoli e grandi talenti che in seguito confermeranno o meno le loro doti, seguendo percorsi che non sempre porteranno sulla strada della comicità. Vedere oggi un film così rimanda al sapore di un'Italia diversa che non ho vissuto in prima persona, che esprimeva il proprio bisogno di maggiore leggerezza e vitalità direi, ancora lontana ma anche prossima alle degenerazioni di certo umorismo e modo di fare spettacolo che cambieranno la società e forse, molto tempo dopo, anche il modo di fare politica. Allora però erano tutti lì, futuri giornalisti e premi Oscar, showmen e soubrette dalle sorti differenti, persone che oggi sembrano così diverse da se stessi e tra di loro che viene da chiedersi come abbiano fatto a convivere tutti assieme.