martedì 5 marzo 2013

Il Pap'occhio

Che strano vedere oggi "Il Pap'occhio" per la prima volta. Lo faccio recuperando il dvd in una biblioteca e riuscendo così a togliermi una curiosità che porto da tempo. Il fatto che la sua visione si sovrapponga quasi con le dimissioni ufficiali di Bendetto XVI, il suo volo in elicottero nel cielo sopra Roma, con anche il carico simbolico che qualcuno ci ha privatamente colto ( l'immagine dell'anima che "vola in cielo" come l'abbiamo immaginata bambini molti di noi) ha il sapore di una maliziosa coincidenza. Non è così, almeno a livello cosciente. Forse però il bombardamento di notizie relative all'evento e il carico emotivo che esso comporta anche per chi si è voluto sottrarre all'abbraccio di mamma Chiesa hanno operato in segreto.
In realtà sono in una fase di bassa concentrazione. Ho scelto il film di Arbore proprio perchè sapevo di andare incontro a qualcosa di leggero, a niente di troppo strutturato. L'alternativa era "Strange days" della Bigelow, col quale ho rimandato l'appuntamento per l'ennesima volta.
Ma a conti fatti c'è qualcosa che potrebbe renderli comuni nella mia testa bacata. Sono entrambi film che agiscono in un passato alternativo, in uno spazio temporale datato e ben collocabile ( i primi anni del pontificato di Papa Giovanni Paolo II; il capodanno del 2000 ) eppure fanno corto circuito con quello che è rimasto della cronaca reale di quei periodi. "Strange days" soprattutto sembra continuare a brillare d'interesse grazie al suo potente sfasamento di film di fantascienza che è finito risucchiato in un passato mai esistito grazie a un paradosso temporale. Una visione che sembra parlare di futuro e si rivolge invece alla polvere, al fratello gemello di un altro luogo e tempo.

Il discorso su "Il pap'occhio" può fare appello invece a una nostalgia meno elaborata. Realizzato ormai più di 30 anni fa ha avuto una storia molto travagliata: successo al botteghino, sequestro, riabilitazione, un fugace ritorno nelle sale verso la fine degli anni '90, prima di rivedere la luce con l'edizione in dvd. In mezzo soprattutto dimenticanza, un film sepolto nella memoria collettiva di molti e del tutto ignoto per gli altri più giovani.
Chi scrive ha press'a poco l'età stessa del film. La sgangherata compagnia di Arbore è parte di ricordi così profondi e lontani da non essere toccati dal colore di un qualsiasi giudizio. Si porta appresso solo una spensieratezza che riusciva a essere condivisa anche da un bambino con i propri genitori e zii, all'epoca quasi coetanei di me stesso nel presente. Ma tirare oggi un giudizio su cosa potesse essere anche quell'Italia dalle briciole da museo del film è cosa perversa, oziosa e poco scientifica.

Si può partire dai dati oggettivi. Il film è povero nella forma. Non ha una vera e propria storia, lo sviluppo è rapsodico. Vive di sketch, improvvisazioni, numeri musicali, ospiti, partecipazioni. E' in effetti l'adattamento, neanche troppo elaborato, di quello che doveva essere un programma tv di successo, senza alcuna voglia di preoccuparsi davvero della coerenza e delle regole drammaturgiche che si richiedono di solito alle pellicole in sala. Il risultato toglie forse al film qualsiasi pretesa di misurarsi su un piano strettamente cinematografico per rimanere su quello dello scherzo. Ma è uno scherzo che Arbore e compagni prendono molto sul serio perchè sanno che solo se si va fino in fondo sul piano dello scherzo e si offrono con generosità i propri numeri migliori un film così può dirsi riuscito.
Allora Arbore alza di molto il tiro e si catapulta con tutto il codazzo del suo bestiario comico dentro le mura vaticane. La chiamata, che ha l'aspetto di una sgangherata annuncizione dell'angelo Gabriele-Abatantuono, arriva proprio dal papa in persona. Cioè da Wojtyla, il papa straniero da poco eletto, quello dal volto bonario e telegenico, con il suo difficoltoso rapporto con l'italiano e la sua reciprocità con i mezzi di comunicazione dell'epoca ( cosa che manterrà fino alla morte). E' proprio il Papa a voler creare una tv vaticana, rivolta a un pubblico di giovani, con la presenza dei loro beniamini, per rilanciare la religione cattolica in lento ma costante declino. La cosa preoccupa però gli alti prelati al suo fianco che non vedono di buon segno questa avventatezza. Nonostante debolissimi tentativi di sabotare l'evento si arriverà al momento della messa in onda e lì... va bene, non ve lo dico, anche perchè non saprei proprio cosa dirvi di preciso.

Ad Arbore piace buttarla in caciara e la caciara salva questo film dall'abisso. Sa benissimo Nanni Moretti ad esempio, che nelle stesse stanze ricostruite in teatro tornerà trent'anni dopo, di non poter contare sulla stessa sguaiatezza per farla franca, vuoi per proprie esigenze di stile, vuoi per la necessità di vincere la diffidenza vaticana con un discorso più focalizzato e credibile. Anche i tempi sono cambiati, Wojtyla è morto e il nuovo Papa è "un pastore tedesco". L'ironia stavolta resta fuori dalle mura della Chiesa. Ma entrambi trovano un piacere nel raffigurare il mistero delle stanze più inaccessibili con più leggerezza di quanto esse sembrino voler lasciare trapelare. La componente più ludica dei prelati, la loro discreta sensibilità all'umorismo, la loro privata curiosità di uomini, eccezionali anche perchè separati dal mondo, sono elementi che in forme diverse si trovano in entrambi i film. Perchè in nessuno dei due casi si è mai partiti con una intenzione di polemica, ed entrambe le storie, con tutti i paradossi che le rendono interessanti, raccontano più di un desiderio di contatto tra mondi diversi, il desiderio di potersi ritrovare a discutere delle cose che ci stanno più a cuore con i modi che ci vengono più naturali. Arbore sa di essere un peccatore e forse esagera pure nel ritrarsi in questa maniera. Non chiede assoluzione per i suoi peccati, ma forse ci spera e punta tutto sulla sua simpatia per farla franca. A modo suo sembra voler declamare lo slogan: "Wojtyla uno di noi."
Moretti entra nel mezzo del conclave grazie alle sue qualità professionali ( e quindi tecniche). Non chiede assoluzione, difende in modo garbato le sue posizioni laiche, porta un poco di scompiglio ma organizzato molto meglio rispetto a quello di Arbore. E' incuriosito ma fallisce nel suo compito. Quello di venire in soccorso con la scienza della mente a una volontà di dio che non riesce a imporsi nei dubbi dell'uomo che deve diventare Papa.
Se nel film di Arbore dio si manifesta con la potenza folkloristica che tendiamo ad attribuirgli, in quello di Moretti il suo silenzio inasprisce l'angoscia del finale.

A dire il vero ho trovato un'altra debolissima citazione de "Il pap'occhio" in un film che divertente non lo era nemmeno un poco, ma che ha avuto una sorte quasi identica di invisibilità. Era "I banchieri di Dio" di Giuseppe Ferrara, sullo scandalo del caso IOR e i misteri del suicidio-omicidio di Roberto Calvi. Di contro a rappresentazioni di personaggi politici ed ecclesiastici precisi fedelissime e credibili anche nella fisionomia il Papa, sempre Giovanni Paolo II, è l'unico ( vuoi per rispetto o per contenere le polemiche) che non si vede mai in volto. Ma si vedono i suoi piedi che pedalano sulla cyclette mentre riceve in udienza privata Giulio Andreotti. E' evidente il richiamo all'inizio del film di Arbore, con la rappresentazione grottesca delle qualità atletiche del nuovo pontefice.

Fa impressione vedere quanti personaggi siano passati per le scuderie di Arbore. Piccoli e grandi talenti che in seguito confermeranno o meno le loro doti, seguendo percorsi che non sempre porteranno sulla strada della comicità. Vedere oggi un film così rimanda al sapore di un'Italia diversa che non ho vissuto in prima persona, che esprimeva il proprio bisogno di maggiore leggerezza e vitalità direi, ancora lontana ma anche prossima alle degenerazioni di certo umorismo e modo di fare spettacolo che cambieranno la società e forse, molto tempo dopo, anche il modo di fare politica. Allora però erano tutti lì, futuri giornalisti e premi Oscar, showmen e soubrette dalle sorti differenti, persone che oggi sembrano così diverse da se stessi e tra di loro che viene da chiedersi come abbiano fatto a convivere tutti assieme.

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