sabato 25 maggio 2013

La grande bellezza

Ho visto "La dolce vita" per intero una volta sola, moltissimi anni fa. Nonostante questo sono pronto a dichiarare che è uno dei cinque film più belli della mia personale classifica.
Sono superficiale? Forse.
La realtà è che si va quasi tutti incontro a un film con molto meno cinismo di quanto dimostriamo di avere a posteriori. Lo spettatore che accetta di sua volontà di vedere un film abbassa di proposito le sue difese e, inerte e immobile nel buio della sala, aspetta di essere colpito.
Sarà forse l'abitudine ma i film fanno quasi sempre molto meno male di quanto si vorrebbe. Grandi coreografie di braccia e tono muscolare sono del tutto inutili se scopriamo di essere stati solo presi in giro, se il dolore non arriva o scompare non appena usciamo dalla sala per rientrare nel mondo.
Il secondo tempo de "La dolce vita" e il suo bellissimo finale mi hanno fratturato in una volta sola lo sterno e la frattura non si è mai ricomposta. C'è qualcosa nel modo che ha Fellini di colpire con intuizioni ed epifanie improvvise, geniali ma anche commoventi e profondissime, che lascia un segno duraturo. Secondo me non c'è mai stato e mai più ci sarà qualcuno come lui. Una volta che ti colpisce ti cambia i connotati dell'emotività per sempre.

Ora succede qualcosa di insolito con "La grande bellezza" di Paolo Sorrentino. Sono diversi giorni che ci penso, il film viaggia con me, mi ha toccato. Ci sono momenti nei quali riaffiorano scene che avevo dimenticato; più ci rimugino sopra più i pensieri iniziano a trovare corrispondenze interne. E' una cosa buona, ma non basta per riuscire a trovare una sintesi nel giudizio. Se dovessi esprimere un'opinione di getto credo direi che il film mi ha deluso. La delusione che ti riservano certi amici che non vedevi da tempo o le ragazze per le quali solo un paio di anni fa avresti fatto pazzie e ora scopri essere diventate appena più scialbe, noiosette, saccenti, un poco ingrigite o tristi. Parlo sempre di qualcuno con un grandissimo talento e capace di continue soprese, un osservatore felice e dotato che ha un tallone d'Achille, una paradossale zona cieca dello sguardo, un critico raffinato che sembra mancare del tutto di autocritica. La sensazione con "La grande bellezza" è quella di camminare accanto a un'elegantissima signora che stavolta sarebbe ben felice di concedersi a te, come il personaggio di Isabella Ferrari nel film; solo che stavolta non sono sicuro di volerla. La lascio parlare e la sento alternare banalità imbarazzanti a perle di una intelligenza imprevedibile, capace ancora di stupire. Il problema forse è che non c'è nessuna signora ma il solito Toni Servillo, imparruccato come un attore del teatro elisabettiano che fa di tutto per sedurti mentre Sorrentino spia l'evoluzione della serata col teleobbiettivo da una delle terrazze romane del film.

Oppure posso dire che al film manca il colpo di grazia. Manca il ko, il pugno che mandi al tappeto, quello che spezza il naso, quello che un giorno racconteremo agli amici, quello che ti manda per sempre o per una settimana nello spazio, in orbita attorno al satellite Sorrentino.
A questo punto per dire se il film è bello oppure no si fa per alzata di mano oppure, come nella boxe, si devono contare i punti, cioé il valore delle singole scene. A conti fatti il film potrebbe vincere, ma forse solo per un pelo.

Qual è il problema de "La grande bellezza"? I limiti del suo protagonista, ad esempio. Se amate Jep Gambardella, intellettuale-re dei mondani, scrittore-scribacchino, moralista-immorale, poeta-cialtrone, improponibile azzimato tombeur des femmes con portamento ed eleganza del vecchio omosessuale, macchietta tragicomica in cerca di sublime e grande bellezza là dove anche solo gli antichi resti della Roma eterna rivelano disfacimento e le terrazze più esclusive ospitano lo squallore e il cattivo gusto di chi il lusso se lo potrebbe permettere eccome; ecco, se amate Jep Gambardella o siete disposti anche a dargli la vostra misera assoluzione, la vostra pietosa carezza alle soglie dell'aba o se preferite al termine dei suoi continui viaggi al termine della notte amerete anche il film. Ma concedetemi di dirvi che se davvero l'amate dovete accollarvi non solo i bagliori suoi e quelli di Sorrentino ma anche tutte le loro piccolezze, le loro cadute di stile, gli aspetti più plebei della loro tanto ostentata intelligenza e sensibilità. Se l'amate davvero dovete essere disposti anche voi a dire a tutti, come Jep Gambardella, che la cosa che più amate al mondo non è la "fessa" o le sue varianti ma qualcosa di simile all' "odore nelle case dei vecchi". L'odore nelle case dei vecchi? Ma andate a fanculo.

Jep Gambardella è uno scrittore incapace di replicare il suo brillante esordio di molti anni prima. Abbandonate le aspirazioni artistiche fluttua nel vuoto della roma notturna più esclusiva e festaiola. Come lui tante altre particelle smarrite contribuiscono ad aumentare il grado di entropia che disfa senza fretta il loro mondo.
Il vuoto della sua vita lo ossessiona, tanto da lasciare intendere che il suo prossimo eventuale romanzo dovrebbe forse occuparsene. Ma è uno sforzo che non è riuscito neanche a Flaubert, come potrebbe compiersi con il suo assai più modesto ed annacquato talento? E come potrebbe riuscire lo stesso a Sorrentino, che sa benissimo di non essere Flaubert, ma - dio mio- neanche Fellini?
L'impressione è che nella mancanza di una storia così forte da impostarci un romanzo, tutto quello che ha da scrivere il nostro caro affezionatissimo Gambardella, e quindi Sorrentino nello stargli sempre appresso, non sia altro che una serie di piccoli articoli di costume e società, bozzetti tanto arguti quanto pigri, da leggere forse con piacere ma svogliatamente come si fa quando in una sala d'attesa si sfoglia una rivista. Un modo assai rischioso per centrare il capolavoro. Bisogna mantenere il livello dell'arguzia a livelli d'eccellenza, bisogna stupire non con imprevedibili svolte nella trama ma con la felicità dei ritratti, con la giusta dose di malizia, col virtuosismo e l'eleganza della penna e spostare di continuo l'attenzione dall'autore che ritrae all'ambiente o alla persona che finiscono per essere ritratte.
Ma "La grande bellezza" ha il difetto di non diventare mai solido; né ha momenti così forti da mettere fine alla recita dei suoi interpreti per calare la maschera su una disperazione dal volto umano che sembri autentica, universale e non macchiettistica, provinciale e misera.

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